Le Virtù di un Cavaliere!

by labussola on

II cavaliere è prima di tutto un combattente. Poiché la guerra è uno sport di squadra, il cavaliere deve terra santaprima di ogni altra cosa essere fedele, giusto, leale. Infatti, per inseguire un nemico, come pure un cervo nella foresta, bisogna poter contare sui propri compagni di armi, essere sicuri che nessuno di loro indietreggerà, che non fuggirà nel mezzo di una mischia, non si allontanerà per inseguire un’altra preda, non cambierà bandiera, non passerà a un altro campo. Il primo dovere del cavaliere è quello di mantenere la parola data. Se viene meno alla fede che ha giurato, si gioca la reputazione. Verrà segnato a dito, dovrà ritirarsi coperto di onta, rifiutato dalla società dei prodi. In ogni circostanza, deve mostrarsi fedele verso tutti gli uomini a cui è legato, per sangue o per giuramento. La cavalleria è una confraternita dove tutti i membri si aiutano a vicenda, strenuamente. Isolato, il cavaliere è un uomo pericoloso. Armato da capo a piedi, addestrato ad aggredire, fiero della propria indipendenza, non accetta di venire punito come lo sono i manenti, i sudditi della signoria. L’unico modo per contenere la sua turbolenza, la sua avidità, per impedirgli di nuocere, per costringerlo a collaborare al buon ordine generale è quello di imbrigliarlo in una rete di obblighi morali verso la stirpe, verso i compagni di armi, verso il signore cui ha reso omaggio. Occorre ripetergli incessantemente che il peggior difetto è la fellonia, il venir meno ai molti impegni che da tutte le parti lo circondano. La pace poggia sulla sua lealtà. È la principale virtù cavalleresca. Tutti gli eroi delle epopee che Arnulfo ha sentito cantare, dei romanzi di cui ha ascoltato la lettura, tutti gli antenati di cui gli è stato mostrato l’esempio avevano saputo resistere alle cattive inclinazioni da cui erano afflitti, sacrificarsi e a volte offrire la vita piuttosto che tradire. E quando sentiva un giullare raccontare di Gano che era venuto a patti con i miscredenti per tradire Orlando di cui era geloso, ribolliva d’indignazione, gridava vendetta per il tradimento. Con la parola prodezza si intendeva l’insieme delle qualità fisiche e morali che fanno l’ardimento di un guerriero, le qualità che i giovani si sforzavano di acquisire nel corso del lungo addestramento a cui si sottoponevano durante l’adolescenza. Al primo posto c’era la forza dei muscoli, grazie a cui era possibile imitare le favolose prestazioni attribuite a Guglielmo d’Orange e ai suoi compagni: le canzoni di gesta li descrivevano, insanguinati fino al petto, dall’alto del loro destriere, capaci di spaccare in due un saraceno dall’elmo fino all’usbergo con un sol colpo di spada. Ma non meno contavano la forza d’animo, il coraggio del cavaliere che si avventa al galoppo contro le lance nemiche o parte per andare ad affrontare i pericoli misteriosi, e quindi più temibili, della landa popolata di draghi, di fate e di maghi. I giovani sapevano che avrebbero dovuto affrontare la morte con lo stesso coraggio di cui aveva dato prova Orlando, che forse sarebbero stati costretti come lui a spezzare in due la propria spada, divenuta ormai inutile, per non lasciarla cadere in mani indegne, prima di morire, soli, in mezzo ad altri cadaveri, raccomandando l’anima a Dio.

G. Duby, L’avventura di un cavaliere medievale, Laterza, pp. 49-50 (adattamento).

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